Una cronaca che si ripete
Nelle acque del Mediterraneo, in questi giorni, la Sumud Flotilla si trova al centro di un vortice fatto non solo di onde e maltempo, ma anche di intimidazioni militari e battaglie narrative. Le denunce di attacchi con droni, esplosioni intimidatorie e sabotaggi meccanici si accompagnano a un crescendo di accuse provenienti dall’IDF e da fonti governative israeliane, che tentano di dipingere la missione come “strumentalizzata da Hamas” o addirittura “finanziata” da esso.
Per chi conosce la storia, la sensazione è di déjà-vu. Nel 2010 la Mavi Marmara subì la stessa sorte: prima ancora del raid militare, venne colpita da un’operazione di delegittimazione che mirava a cancellarne la natura civile. La storia ritorna, non per nostalgia, ma perché le dinamiche del potere raramente mutano quando si tratta di reprimere chi osa sfidare l’assedio.
La Mavi Marmara: una ferita ancora aperta
Il 31 maggio 2010, la Mavi Marmara, nave turca carica di attivisti, giornalisti e aiuti umanitari, venne abbordata da forze speciali israeliane in acque internazionali. Nove civili morirono, un decimo morì anni dopo a seguito delle ferite riportate. Le immagini fecero il giro del mondo, i racconti furono contraddittori: da una parte Israele parlava di “autodifesa” contro attivisti armati di coltelli e spranghe, dall’altra testimoni e rapporti indipendenti descrivevano un uso sproporzionato e ingiustificato della forza.
Non meno importante, però, fu la battaglia mediatica: Israele cercò subito di dimostrare che la missione non fosse affatto “umanitaria”, ma il frutto di un disegno politico orchestrato da organizzazioni vicine a Hamas. L’idea era chiara: se si riesce a convincere l’opinione pubblica che gli attivisti siano complici di un gruppo considerato terroristico, allora la loro uccisione, il loro arresto, la confisca dei loro beni possono essere letti come atti di legittima difesa e non come violazioni del diritto internazionale.
La Sumud Flotilla e il ritorno dello stesso copione
Quindici anni dopo, la Sumud Flotilla — composta da attivisti provenienti da oltre 40 paesi, tra cui parlamentari, medici, avvocati, giornalisti e semplici cittadini — affronta lo stesso tipo di narrazione tossica.
Israele non si limita a minacciare un eventuale abbordaggio: lavora sul piano del linguaggio, cercando di contaminare la percezione della missione. Le accuse di “finanziamento da Hamas” o di “strumentalizzazione da parte di organizzazioni estremiste” sono diffuse a livello mediatico e diplomatico, con l’obiettivo di logorare la credibilità degli attivisti.
Ma la realtà è ostinatamente visibile: i nomi dei partecipanti sono pubblici, i porti di partenza documentati, le rotte annunciate in anticipo, gli aiuti caricati sotto gli occhi delle telecamere. Non c’è nulla di clandestino in questa missione. È proprio questa trasparenza a renderla un atto di disobbedienza civile internazionale, ed è per questo che la delegittimazione diventa così urgente per chi vuole difendere il blocco.
Il blocco di Gaza e il diritto internazionale
Per comprendere la durezza con cui Israele e i suoi apparati affrontano queste missioni, bisogna ricordare il nodo giuridico del blocco su Gaza. Israele lo giustifica come misura di sicurezza necessaria per impedire il traffico di armi verso Hamas. Tuttavia, numerosi giuristi e organismi internazionali hanno sottolineato che il blocco, così come applicato, ha conseguenze di punizione collettiva sulla popolazione civile, vietata dal diritto umanitario internazionale.
Le flottiglie non sono solo tentativi di consegnare cibo o medicinali: sono sfide simboliche al principio stesso del blocco. Se una nave civile riesce a superarlo, dimostra che il blocco non è inviolabile e che la narrativa ufficiale vacilla. È per questo che l’IDF ricorre alla delegittimazione: perché riconoscere la legittimità della Sumud significherebbe ammettere la fragilità della legittimità del blocco stesso.
Il linguaggio come arma
Le parole non sono neutrali. Dire che la Sumud è “finanziata da Hamas” non è un’analisi, ma un atto di guerra semantica. È un’etichetta che sposta l’immagine degli attivisti da quella di civili pacifisti a quella di agenti armati. È un meccanismo che lavora sulla paura: se il nemico è Hamas, allora tutto diventa giustificabile, dai droni intimidatori ai sequestri in mare.
La stessa dinamica si vide con la Mavi Marmara: prima screditare, poi colpire. Ed è proprio per questo che gli attivisti della Sumud citano la nave turca del 2010: non solo per onorare i morti, ma per avvertire il mondo che le stesse narrazioni stanno preparando il terreno a possibili azioni violente contro di loro.
Le differenze del 2025
C’è però una differenza importante. Nel 2010, la solidarietà internazionale arrivò tardi e frammentata. Oggi, la Sumud ha già ottenuto dichiarazioni di sostegno da governi europei, prese di posizione di ministri degli Esteri, offerte di protezione navale da parte della Grecia, condanne ufficiali da parte di Italia e Spagna contro gli attacchi con droni.
Questo non elimina il rischio, ma rende più difficile per Israele gestire l’operazione di delegittimazione. La memoria della Mavi Marmara ha insegnato a molti che non ci si può limitare a osservare: occorre parlare subito, denunciare subito, costruire una rete internazionale di protezione politica e mediatica.
La fermezza come atto politico
Sumud significa “fermezza”, “resilienza”. È una parola che in Palestina descrive la capacità di resistere senza armi all’oppressione. La flottiglia porta questo nome perché sa che la sua vera forza non è militare, ma morale.
Quando un esercito accusa civili di essere “terroristi mascherati”, rivela la paura che la verità possa emergere: la paura che il mondo veda un blocco ingiusto, una popolazione intrappolata, un mare trasformato in muro.
La Sumud Flotilla non è un atto ingenuo. È un gesto consapevole che sfida non solo i radar e i droni, ma anche il linguaggio con cui si cerca di cancellare la legittimità delle resistenze civili. Difenderla oggi significa non cadere ancora una volta nella trappola della delegittimazione: non confondere la voce dei civili con quella delle armi.
Se la Mavi Marmara è stata un grido soffocato nel sangue, la Sumud vuole essere una voce che continua a navigare, nonostante le minacce, per dire che la dignità non si può assediare.
